Vita di Sant’Alberto

Ricostruzione cronologica della vita di Sant’ Alberto:

– Nasce tra il 1090 e il 1095

– Tra il 1110 e il 1115 si ritira a vita eremitica. (dai 20 ai 25 anni)

È accettato nel cenobio benedettino tra il 1120 e il 1125.(dai 30 a 60 anni)

– Nel 1131 è nell’ Abbazia di S. Andrea al momento della fondazione cistercense.

– Tra il 1140 e il 1150 si ritira nell’ eremo del Monte Contessa. (dai 60 a 90 anni)

– Muore nel 1180.

– Alberto è stato canonizzato nel 1244 da Papa Innocenzo IV.

Vita :

Sant’Alberto, monaco cistercense non sacerdote, nato intorno al 1090, dopo una giovanile esperienza di vita eremitica, entrò, intorno al 1120 – 25, nell’ abbazia benedettina di S. Andrea in Sestri Ponente che, una decina di anni più tardi, abbracciò la riforma cistercense.

Tra il 1140 e il 1150 si ritirò nell’ eremo del monte Contessa dove morì l’ 8 luglio 1180.

Della sua vita si hanno pochi elementi storici certi. La tradizione orale e quella manoscritta testimoniano del suo amore per la solitudine, la preghiera e la penitenza, della sua devozione particolare per la SS. Vergine Maria.

Si raccontano di lui fatti prodigiosi, già accaduti al tempo della sua vita cenobitica, intensificatisi durante la sua vita eremitica e testimoniati dai quattro affreschi dipinti ai lati della navata della chiesa.

Venerato dal popolo come Santo subito dopo la sua morte, venne presumibilmente canonizzato da Papa Innocenzo IV nel 1244.

La festa liturgica è l’8 luglio.

Al Santuario viene festeggiata la domenica successiva.

Seguono alcuni estratti dal libro di Don P.R. Ravecca :

L’eremita del monte Contessa SANT’ ALBERTO da SESTRI PONENTE VITA – CULTO – STORIA – FOLKLORE

Genova 1980 (2° edizione).

Alberto Religioso:

«Il nostro giovane (Alberto) ormai certo del volere divino, bussò alla porta del monastero benedettino che sorgeva sull’ isolotto della “Gabbaia” tra Sestri e Cornigliano, e chiese all’ Abate di essere accettato in qualità di laico.

L’abate, conoscendo Alberto, si mostrò assai lieto di accoglierlo, mentre alcuni monaci – cito dal manoscritto, (dal manoscritto 26, risalente al XVII secolo, scritto da un anonimo, conservato presso l’ Archivio Parrocchiale della chiesa di San Giovanni Battista in Sestri Ponente) – trovandolo rozzo ed illetterato e di aspetto più simile a bestia che ad essere umano, ritenevano che fosse non solo poco decoroso accettare un tale individuo, ma anche poco utile, per il convento, perché ritenevano che Alberto non valesse ad altro che a recitar corone (ciò non è possibile ed è un errore dell’ anonimo in quanto è solo dal XIIIsecolo che inizia la pratica del S.Rosario).

Ma fu facile all’Abate convincere i confratelli della virtù del postulante che venne accolto con l’ incarico di inserviente.

I monaci dovettero ben presto constatare quanto Dio amasse quell’ uomo rozzo ed illetterato.» (op. cit., pp. 39-40)

La Morte:

«Se c’è una realtà che certamente Alberto ha affrontato serenamente, è quella della morte e questo non tanto per la tarda età che, già da sé, porta pensieri di morte, quanto per ciò che essa rappresentava: il principio della sua eterna unione con Cristo e con Dio nella felicità indefettibile…(Alberto) anziché mitigare la propria penitenza, continua a digiunare, a flagellarsi, a dormire sulla nuda terra, a percorrere chilometri e chilometri di strada per andare settimanalmente al cenobio.

Passano gli anni, le infermità crescono, ma Alberto nulla risparmia a se stesso, nulla si concede… Alberto con preghiere e lacrime riuscì ad ottenere dal superiore la licenza di poter restare all’ eremo fino al termine della vita.» (op. cit., pp. 81-82)

Alcuni Miracoli:

«Ora il manoscritto fa presente l’impossibilità di seguire nel racconto un filo cronologico e ricorda una serie di fatti prodigiosi, riportati dalla maggior parte dei biografi.

Dalla natura dei fatti è agevole rilevare che questi accaddero nel periodo in cui Alberto dimorò nel monastero, prima di passare alla solitudine.

Un giorno i monaci, trovando la dispensa sprovvista di viveri, accusarono Alberto di trascuratezza ai suoi doveri, di essere troppo prodigo con i poveri a danno dei monaci e di attendere più alla preghiera che agli obblighi di membro di una comunità. L’ Abate chiamò Alberto e gli riferì le rimostranze dei confratelli: il Santo rispose che quelle lagnanze sarebbero state giustificate se avessero avuto un fondamento. Invitò perciò l’ Abate e i monaci a volerlo seguire nella dispensa, la quale si presentò assai ben provvista agli occhi stupefatti dei religiosi, che giuravano all’ Abate che fino a pochi minuti prima era completamente vuota.

E fu comune convinzione dei monaci che, nella circostanza, la santità di Alberto aveva operato un miracolo.

Un’altra volta, sul far del mezzogiorno, i monaci riferirono all’Abate che Alberto, dopo la S. Comunione, era rimasto in Chiesa rapito in estasi e, nonostante fosse imminente l’ ora del pranzo, egli stava ancora in preghiera. L’Abate lo fece chiamare ed Alberto lasciò Iddio per obbedienza. “Alberto, l’ ora del pranzo sta per suonare. Che darai ai monaci, se nulla hai preparato?” “Padre Abate – rispose Alberto – a suo tempo tutto sarà in ordine. Venga in cucina” (dal manoscritto 26, risalente al XVII secolo, scritto da un anonimo, conservato presso l’ Archivio Parrocchiale della chiesa di San Giovanni Battista in Sestri Ponente).

L’Abate scese e vide un Angelo benedicente alle vivande che, tosto pronte, vennero portate in tavola e trovate squisite dai monaci.» (op. cit., p. 40)

«Tra i compiti di Alberto vi era non solo quello di ammannire i cibi, ma anche quello dell’ approvvigionamento. Questa mansione lo portava fuori del convento per gli acquisti e talvolta anche in mare per la pesca.

Ora avvenne che lasciò in casa di un pescatore la bisaccia del pane, al fine di non portare sulla barca cose facilmente deperibili al contatto con l’acqua marina.

Il pescatore, forse per far uno scherzo al nostro Santo, tolse il pane dal sacco, che riempì di stracci e pietre per un peso pari a quello del pane. Ed è verosimile che per completare lo scherzo il pescatore, con gusto assai dubbio, abbia convocato alcuni mendicanti.

Tornato a terra, Alberto, ripresa la sua bisaccia e la gerla con i pesci, s’avviò verso il convento, quando i poveri gli si fecero incontro domandandogli qualche pezzo di pane, Alberto posò ed aprì la bisaccia e cominciò a distribuire pane a quei poverelli, dandone loro finché ne vollero.

Dice l’anonimo autore che testimoniarono la ferità del fatto sia i beneficati, sia il marinaio che aveva operato la sostituzione, sia i membri della sua famiglia.

La fama di questo miracolo si sparse tra il popolo accrescendone la stima di santità.» (op. cit., pp. 41-42).

Un miracolo spesso rappresentato nell’ iconografia è il viaggio di Alberto sulle acque, sopra il mantello.

«Alcuni biografi vogliono che il santo, nella scelta dell’ eremo, si sia affidato alla volontà del Signore e scrivono che il Santo: chiesto ed ottenuto il permesso dal P. Abate di fare vita eremitica, si recò sulla spiaggia e, gettato il suo mantello sulle onde, vi si collocò sopra pregando il Signore di condurlo ove Egli volesse. E così servendogli il mantello da navicella veniva prodigiosamente a dirigersi quasi al confine della Parrocchia di N. S. Assunta al Cielo di Sestri Ponente ove, ripreso il suo mantello e ringraziato Dio del gran favore che nella sua infinita bontà a lui volle accordare, appoggiandosi che sempre conservò, e si vede ancora ai nostri giorni, intraprese il suo viaggio per una strada solitaria e deserta. E cammin facendo recitava preghiere e cantava lodi ed inni al suo Creatore e sempre lo supplicava a manifestare la sua santa volontà ove porre sua dimora, ove fermarsi. Ed ecco che dopo un’ ora di cammino gli vien dato di trovare un luogo affatto deserto e sotto di grosso scoglio stabilì di farvi sua stanza e rifugiarsi ivi in tempo di pioggia nelle intemperie e di posarci durante la notte.

(da Don P. Persoglio, in «Settimana Religiosa», 1890, 28-29-30, pp. 331-33, 342-45, 352-55).

Per obiettività devo prima di tutto segnalare che il miracolo del mantello viene ambientato da altri biografi in circostanza diversa.

Per costoro Alberto era su una barca con dei confratelli per pescare.

Poiché il lavoro – quel giorno assai infruttuoso – si protraeva oltre il previsto, Alberto chiese di essere accompagnato a terra per poter accudire alla mensa del monastero, secondo il suo ufficio. Gli altri monaci fecero rilevare l’ inopportunità di sospendere quando poteva intravedersi la possibilità di pescare con più abbondanza.

Il Santo, allora, steso il mantello sul mare, vi salì sopra e su questo ritornò alla riva.» (op. cit., pp. 70-72)

«Un’altra testimonianza indiretta di un fatto prodigioso attribuito al Santo, viene offerta da una tradizione popolare ormai scomparsa… Le noste zone (sestresi) erano infestate da volpi che danneggiavano i raccolti e facevano razzie nei pollai.

Informato di questa calamità, il nostro Santo comandò alle volpi di astenersi dal danneggiare raccolti e pollai e da quel giorno i contadini non ebbero più danni.

A riconoscenza del fatto divenne consuetudine offrire le decime del pollame a beneficio del Santuario.

Questa consuetudine, che si estinse verso il 1700, era estesa non solo alle nostre terre, ma persino nella Lombardia, dalla quale giungevano contadini per offrire le “decime”.» (op. cit., pp. 95-97)

«L’anonimo autore del manoscritto attesta che la fama della santità di Alberto, già nota all’ epoca della permanenza nel cenobio, si diffuse sempre più sicché la pace e la preghiera del Santo erano disturbate dalle persone che, accorrendo da ogni parte (ma soprattutto da Sestri e da Multedo) andavano da lui per chiedere consiglio e preghiere.

Alberto si mostrò sempre cortese, paziente, premuroso, comprensivo delle necessità dei suoi visitatori…Va riferito a questo periodo il miracolo della guarigione di Arnolfo che stralcio dal manoscritto.

Un brav’uomo secolare, di nome Ilmaro erasi fatto compagno di S. Alberto nella solitudine, e con amore prestavagli il suo servizio.

Arnolfo della nobile famiglia dei De Compagni, era gravemente infermo per fortissima febbre, e niuna medicina poteva sanarlo. Parlando con un amico espresse il desiderio d’ essere portato alla cella del Romito (che tale era il nome che davasi popolarmente ad Alberto), fiducioso d’ ottenere da lui la guarigione.

L’amico approvò il pensiero, ed egli stesso lo accompagnò. Non si sa ove Arnolfo abitasse: pare che non fosse in Sestri ma in luogo più lontano. Vi fu dunque condotto in portantina.

Giunti alla cella del Romito, Arnolfo e il compagno non osarono chiedere subito il miracolo, ma domandarono se egli avesse cibo da dar loro, sperando che avutolo dalle mani del servo di Dio, valesse come farmaco miracoloso. Ma Alberto, fattili entrare nel suo tugurio, fece loro vedere che là non era provvista alcuna di cibo. Se volessero piuttosto bere potrebbe far loro portare acqua; ed accennò ad Ilmaro, il quale tosto andò a prenderne entro il bosco e portolla in un secchio.

Arnolfo pregò Alberto a benedirla, ed egli accondiscese facendo sul secchio il segno di croce. Ed ecco che Arnolfo pel primo, mettendo al secchio le labbra, trovò l’acqua cambiata in gustosissimo vino, dal quale rifluì nel suo corpo infermo arcana virtù che all’istante lo rese sano. Di quell’acqua fatta vino bevettero tutti i presenti e ne bevette anche Alulfo monaco distinto per virtù religiose, del monastero dei Cistercensi di Sestri che forse trovavasi in quel momento presente al doppio miracolo.

(dal manoscritto 26, risalente al XVII secolo, scritto da un anonimo, conservato presso l’Archivio Parrocchiale della chiesa di San Giovanni Battista in Sestri Ponente)

Il manoscritto dice che di questo fatto fecero deposizione nella Curia di Genova i testimoni oculari.» (op. cit., pp. 76-78)

«Ma se abbiamo notizie incerte e vaghe sui miracoli operati da S. Alberto durante la sua vita, abbiamo fortunatamente qualcosa di veramente certo sui miracoli operati dopo la morte.

Stralcio pari – pari dal manoscritto la narrazione di questo miracolo.

Mirabile e più recente è quest’ altro fatto.

Gio. Battista Oliva fu Gaetano, orefice in Genova e Massaro della chiesa di S. Alberto in Sestri Ponente, aveva fabbricata nei suoi poderi di Quezzi, in Bisagno, una cappelletta aperta, dedicata al Santo, come già si disse, e postavi la statua che lo rappresentava giacente. Trovandosi nella propria casa in città, sita sul Colle di S. Andrea, nella notte tra il 5 e il 6 gennaio (non si dice l’ anno nel manoscritto), sognò trovarsi innanzi alla detta cappella, ove parvegli incontrarsi in Gio Battista Boero, suo fittavolo, che mesto e addolorato gli disse come fosse morta Caterina sua moglie.

L’Oliva rispose che se avesse saputo ch’ era inferma, avrebbe da Genova spedito medico o chirurgo per guarirla. Intanto uscì una voce dalla statua di S. Alberto che disse: Caterina vada all’ ospedale e guarirà. Alla qual voce rispose l’ Oliva: Se è morta, voi solo, o glorioso Santo, potete risuscitarla. Ciò dicendo destossi, e nel subitaneo destarsi cadde dal letto in cui stava. Destossi a quel rumore Francesca Dagnino sua consorte, alla quale Oliva, alzatosi da terra, chiese se sapesse che Caterina di Quezzi fosse ammalata. La Dagnino disse nulla saperne; e il marito narrò il sogno avuto, aggiungendo voler andar subito a Quezzi a verificare la cosa. Uscito di casa, come fu alle porte d S. Stefano le trovò chiuse e sentì battere la mezzanotte; perciò gli bisognò restar là fino all’ alba, quando si aprivano le porte, il che mostra che il fatto accadde prima del 1626, epoca in cui si pose mano alla nuova cinta e alle porte Romane e della Pila. Uscito dunque dalla porta di S. Stefano, traversò tutta la pianura (cioè il territorio ch’ora occupano le strade della Pace e di S. Vincenzo, che allora forse era disabitato) e traversato il torrente Bisagno, inoltrossi nel fossato di Quezzi, ove proprio incontrò il fittavolo Boero, che mesto davvero, avviavasi così per tempo verso la Chiesa di Santa Maria della Pace, a sentirvi la S. Messa per sua moglie Caterina gravemente inferma.

L’Oliva narrò il sogno avuto e disse che, secondo il consiglio di S. Alberto bisognava portare l’ inferma all’ ospedale di Pammatone, e confidare nel Santo, che l’ avrebbe guarita. Il Boero tornò addietro col padrone, e giunti a casa e procurata una portantina, l’ inferma fu portata a Pammatone, accompagnandola per via lo stesso Oliva. I medici dello stabilimento, fattale la prima visita, la trovarono così aggravata che dissero ai due uomini: potevate aspettare a portarla quando fosse morta. Fu subito viaticata e le fu dato l’ Olio Santo.

L’Oliva lasciata l’ inferma in tale stato, tornò a vederla nel mattino seguente. Nel portone dell’ Ospedale incontrossi nel professore Brusich, medico di gran fama, al quale chiese premurosamente di Caterina. Il medico disse: E’ guarita per quanto apparisce all’ esterno, purché non abbia qualche guasto interno da me non conosciuto. L’Oliva narrò al medico il sogno avuto. Allora il Brusich rispose: Se è così, la grazia è fatta; solo consiglierei che stesse ancora in riguardo per qualche settimana. E vi restò una quarantina di giorni, senza che più le tornasse sintomo del male avuto. Perciò andossene a Quezzi; ove tosto recossi alla chiesa parrocchiale per farvi le sue divozioni, indi alla cappella di S. Alberto per le debite grazie, fatta anche una limosina alla chiesa ed altra ai poveri secondo la sua possibilità.» (op. cit., pp. 97-98)

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